BABEL PROJECT
Uno specchio che riflette il mondo. In un mondo denso di linguaggi che tendono a uniformarsi in una globalizzazione crescente riscoprire, alle radici, i “segni” della nostra unicita’. Le forme primordiali della scrittura che ha inciso profondamente la nostra identita’, rendendoci diversi eppure capaci di comunicare e rapportarci gli uni agli altri, in quanto esseri umani. E’ questo il senso del lavoro di Ruggero Menegon che con Babel project, primo approdo di un piu’ ampio lavoro sul segno, ha realizzato una serie di sculture in acciaio. Un progetto che ha preso avvio da una ricerca sulle centinaia di lingue letterarie esistenti nel mondo che utilizzano di base, 33 sistemi di scrittura: le scritture semitiche (latina, greca, cirillica, armena, georgiana, ebraica, araba, siriaca e mongola), le scritture indiane (davangari, gujarati, bengalese, gurmukhi, oriya, tamil, malayalam, telegu, kannada, singalese, tibetana, birmana, thailandese, laotiana, cambogiana), le scritture orientali (cinese, kana, hangul), e altre scritture (etiopica, tifinagh, maldiviana, yi, cree, cherokee). In Babel project, tutto questo complesso e variegato mondo di segni diventa metafore dell’altro, degli altri, di culture diverse dalla nostra, nelle quali possiamo specchiarci in un confronto spesso mai intravisto, concepito, pensato. Incisi al laser su semplici forme geometriche di acciaio supermirror, i segni alla base di tutte le lingue che l’uomo ha utilizzato dall’inizio della sua storia diventano quindi dei “vuoti” che si trasformano in “pieni”, in un gioco di luci e di ombre che ci attrae per la mescolanza di compattezza e leggerezza, di sostanza ed evanescenza. Sculture che rappresentano forme iconiche dei tempi che stiamo vivendo - il cuore, il simbolo della pace, ma anche di un tempo senza tempo - il cerchio, il quadrato, portandoci su livelli di ascolto di noi stessi e di quel che l’eco di questi segni ci rimanda. Cosi’ quando la nostra immagine riflessa incontra la superficie liscia dell’acciaio, si specchia cosi’ com’e’, ma quando invece si specchia sulle superfici incise da questi segni si distorce, si trasforma e noi ci trasformiamo con lei. In questo modo la nostra identita’ sembra frantumarsi al punto che anche noi stentiamo a riconoscerla, allo stesso modo ci sentiamo a contatto con “l’altro da noi” che emerge, in un continuo rifrangersi del segno, catturato ma nello stesso tempo liberato dalla sua cornice originale. Sino a “riflettere” sulla bellezza eterna dei segni dimenticati o confusi nella babele contemporanea. Un lavoro sulla scrittura che ci riporta alla pura essenza del segno. E fa emergere il senso profondo, etico, della convivenza dei linguaggi diversi, all’origine del nostro “dirci” esseri umani.
Antonella Fiori